Martinelli: salvare il capitalismo distribuire il reddito

Pubblicato: Sabato, 04 Giugno 2016 Scritto da i.

dal Corriere del Ticino del 3 giugno 2016, Pietro Martinelli (già consigliere di Stato)

Come salvare il capitalismo è il titolo libro scritto un anno fa da Robert B. Reich, economista ed ex ministro del Lavoro durante il primo quadriennio della presidenza di Bill Clinton (1991-1994). In questo libro Reich descrive come i centri di potere economico-finanziario hanno saputo organizzare (negli Stati Uniti) le regole del gioco in modo da favorire la concentrazione della nuova ricchezza prodotta a livello mondiale nelle loro mani, penalizzando il ceto medio dei produttori e ingigantendo le disuguaglianze. Secondo Reich se non si corre ai ripari «adattando le regole in modo da creare una economia più inclusiva, il ceto medio scomparirà e il capitalismo, come noi lo conosciamo, non sopravvivrà».

 

Nuove regole del gioco

Le regole del gioco di cui parla Reich riguardano (uno) la «nuova proprietà», quella degli indici di sfruttamento dei terreni, ma anche quella dei brevetti, soprattutto nelle nuove tecnologie e nel settore farmaceutico; (due) «i nuovi monopoli» determinati dall’acquisto e dalla fusione di grandi società dello stesso settore (banche, informatica, assicurazioni....); (tre) «i nuovi contratti» che, per esempio, nel settore finanziario favoriscono chi ha accesso a informazioni sugli scambi azionari qualche frazione di secondo prima di tutti gli altri senza per questo poter essere accusato di insider trading, ma anche le complicazioni, soprattutto nei contratti del settore informatico, dove non sai mai bene quello che accetti e quello che ti potrà capitare; (quattro) le modalità di permettere o non permettere il fallimento «concepito perché la gente potesse ricominciare, ma che oggi favorisce soprattutto le grandi aziende in grado di adattare il diritto fallimentare ai propri bisogni» (a questo proposito Reich cita l’esempio degli investimenti immobiliari di Donald Trump ad Atlantic City) e infine (cinque) il «meccanismo di controllo e applicazione delle regole» dove ricorda il caso emblematico dei «massimi dirigenti bancari che hanno sottovalutato l’eccessiva propensione al rischio, ma, ciononostante, hanno evitato il carcere e continuato a racimolare fortune enormi».

Tra Stato e mercato

Per Reich il problema non è quindi tra più o meno Stato e non è neppure tra più o meno regole, perché il mercato ha bisogno che lo Stato definisca le regole senza le quali lo stesso mercato non esisterebbe (al massimo ci sarebbe il baratto). Il problema è chi influenza le regole, il problema sono coloro che chiedono meno regole per cancellare quelle che limitano il potere dei centri economico-finanziari, mentre, grazie a lobby potentissime, fanno passare quelle che servono a garantire loro una fatta crescente della ricchezza prodotta dal lavoro. Sebbene Reich si riferisca agli Stati Uniti quello che può essere fatto negli Stati Uniti serve da esempio anche ai centri di potere economico-finanziario europei, svizzeri (e ticinesi). Inoltre, malgrado una certa perdita di centralità, il modello americano, anche in ragione dei rapporti di forza, viene esportato rapidamente nel resto del mondo occidentale del quale facciamo parte.


La globalizzazione

Negli ultimi trent’anni vi è stato un progresso tecnologico travolgente nei campi della informazione, della comunicazione e dei trasporti. Questo progresso ha determinato inevitabilmente la globalizzazione dell’economia con un aumento della ricchezza prodotta anche nei Paesi poveri.

Purtroppo le nuove regole con le quali è stata governata la globalizzazione hanno favorito l’esplosione del capitalismo finanziario e una concentrazione senza precedenti nella storia recente della nuova ricchezza prodotta (e del potere che la ricchezza può esercitare) in poche mani. In tutto il mondo e non solo negli Stati Uniti.

Le nuove proprietà, i nuovi monopoli, i nuovi contratti, i nuovi fallimenti e il meccanismo di controllo descritti da Reich sono in sostanza le fondamenta sulle quali ha costruito la sua irresistibile ascesa il capitalismo finanziario che l’Enciclopedia Treccani definisce come «una concentrazione di potere e risorse nelle mani di pochi imprenditori che possiedono le imprese industriali più importanti e imponenti e nelle mani del capitale bancario controllato da un numero esiguo di grandi istituti di credito». Capitalismo finanziario che si alimenta anche con trader superpagati che cavalcano con successo l’onda emotivo-speculativa della borsa perché grazie ai soldi e ai «nuovi contratti» «beneficiano della ricezione di dati sugli scambi azionari una frazione di secondo prima di tutti gli altri con sistemi di comunicazione ultraveloci cui la maggioranza degli investitori non ha accesso» (Reich). Un comportamento speculativo che ha fatto si che «mentre trent’anni fa la detenzione media di un titolo era attorno ai quattro anni oggi è soltanto di qualche decina di...secondi!!!» (Leonardo Becchetti, Capire l’economia in sette passi, minimum fax ed. 2016).


Il problema è la ripartizione

Il problema vero del futuro è quindi soprattutto quello della distribuzione del reddito e della ricchezza e della conciliabilità tra capitalismo finanziario e democrazia. Da questo punto di vista la proposta di un «reddito di base incondizionato», sulla quale voteremo domenica prossima, pone un problema molto serio: quello di una ripartizione della ricchezza che in qualche modo, come si diceva da destra negli anni settanta, «ci faccia sentire tutti sulla stessa barca». Altrimenti i rischi di derive antidemocratiche sono molto alti e i sintomi di nervosismo della classe lavoratrice e di tutto il ceto medio sono già evidenti in Europa come in America.

Reich sostiene l’ipotesi di un reddito minimo di base facendola risalire addirittura a un economista conservatore come Friedrich A. Hayek e giudica molto improbabile che «la grande maggioranza delle persone preferirebbe l’ozio all’attività fisica e mentale». Comunque che il modo sia quello o un altro non è molto importante così come non sarà determinante il risultato dell’iniziativa che conosceremo domenica sera e che io voterò. Importante è che la discussione che quella iniziativa ha sollevato e la ricerca di una soluzione per una più equa ripartizione di reddito e risorse continui anche dopo il 5 giugno.

Cinquant’anni fa lottavo per rovesciare (o superare) il capitalismo, oggi constatato come (per ora) al capitalismo, inteso come mercato + democrazia, non esiste un’alternativa valida credibile, mi preoccupo, come Reich, di «come salvare il capitalismo».

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